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Una luce oltre il doping così rinascono gli atleti

pubblicato 19 mag 2016, 03:01 da Admin Gp2 Sport   [ aggiornato in data 20 mag 2016, 06:14 ]

Riportiamo di seguito l'articolo "Una luce oltre il doping così rinascono gli atleti" di mons. Mario Lusek (vice-presidente della Fondazione Giovanni Paolo II per lo sport), pubblicato sul quotidiano Avvenire del 14 maggio 2016. 

C’è un futuro per chi sbaglia, una nuova via per chi si è smarrito, una speranza per chi si è perso? E se c’è un errore, un male, un reato, un peccato sempre e comunque da evidenziare, qual è l’atteggiamo verso l’errante, il malvagio, il condannato, il peccatore? E se fare giustizia è un diritto e dovere di ogni società, la pena è l’unica via di giustizia? Oltre la pena ci può essere un percorso di guarigione e di recupero di una nuova coscienza e una nuova vita? E guardando al doping nello sport, cosa rappresenta? Un errore, un inganno, una frode, un reato? E l’atleta che vi incorre è un baro, un debole, un furbo, un vincente a ogni costo? Ci sarà un futuro per un atleta dopato? In un documento pubblicato dal Comitato nazionale per la bioetica il 25 marzo 2010 dal titolo Etica, sport e doping si mettono in risalto i valori costitutivi della pratica sportiva e tra questi «l’impegno personale a esprimere le capacità dell’atleta e la lealtà della competizione», e nello stesso tempo si afferma che «il doping costituisce un disvalore proprio perché altera in modo fraudolento tali valori: consente di raggiungere risultati anche a prescindere dall’impegno attivo, introduce un ingiusto e scorretto vantaggio nella parità di condizioni dei partecipanti, oltre a produrre – attraverso una indebita manipolazione del corpo – un danno alla salute psico-fisica dell’atleta con ripercussioni negative sul piano sociale». Il Cnb afferma inoltre che «l’inaccettabilità del doping fa parte del sentire comune nella società, in quanto viola le regole costitutive dello sport sul piano individuale e relazionale modificando il senso stesso dello sport che diviene ricerca del successo fine a sé».

C’ è una nozione, un atteggiamento, un’espressione nel mondo dello sport che definisce il cuore stesso dell’etica sportiva: il fair play. Termine non traducibile in maniera adeguata, il fair play è un valore ma anche uno stile, un obiettivo, un atteggiamento, una caratteristica, soprattutto una forma mentis: il modo giusto di vivere lo sport.

Tanto che una sua caratterizzazione è proprio quella dell’onestà e della limpidezza della pratica sportiva. Il Consiglio d’Europa nel Codice di etica dello sport indica tra gli elementi contrari al fair play la violenza, il doping, l’imbroglio, la corruzione, l’eccesso di mercato e di commercializzazione. Sono invece poche le nozioni e le proposte per accompagnare gli atleti a liberarsi dalla prigionia del doping una volta che si è ricorsi a esso, ed evitare così di cadere ancora nella trappola. Quella recidività che lo fa diventare assuefazione. Di fronte a questa piaga che ha raggiunto anche lo sport di base l’atteggiamento dominante è quello dell’intransigenza e della condanna con la repressione del fenomeno e le conseguenti sanzioni, ma di reticenza sulla possibilità o meno di accompagnare verso una via d’uscita chi viene condannato per l’uso di sostanze dopanti.

Sullo sfondo del fenomeno doping c’è comunque un problema di trapasso culturale. Oggi lo sport vive una marcata trasformazione antropologica che si fa visibile proprio nella figura dell’atleta. Il protagonista è lui: per il ruolo che assume nella società mediatica, per la sua prestanza fisica ed estetica, per la sua rilevanza commerciale. L’atleta, il campione, assurge a opinion laeder e quindi al ruolo di traino di consensi del grande pubblico. L’atleta allora lo si costruisce: diventa importante la sua costruzione biofisica e psicofisica; diventa decisivo il supporto della scienza nutrizionale e farmacologica, che peraltro non è mai neutra. Lo scenario che si apre è inedito e suscita interrogativi a livello sia biologico che etico e sportivo toccando snodi cruciali della visione dell’uomo, della sua identità come persona, del futuro dello stesso sport. Tutto rischia di diventare mito. E al mito si concede ogni cosa, tanto che persino sul doping si registrano correnti di pensiero favorevoli alla liberalizzazione. Eppure sappiamo come il doping investa la concezione della persona umana, riguardi la visione della vita e riveli una cultura che tocca i princìpi dell’essere e del vivere umano. Prima che un abuso farmacologico, il doping è una grave lesione dell’unità della persona e di per sé non ha alcuna giustificazione, né umana né sportiva. Eppoi quel 'vincere a ogni costo' che è diventato il motto per raggiungere il successo con il minimo sforzo e il massimo rendimento fa del doparsi quasi una necessità. R itorna la domanda: quali azioni sono necessarie per una atleta che vuole ricostruirsi come persona e come sportivo, che vuole lasciarsi alle spalle un’esperienza per nulla esaltante ma solo demolitrice e infangante per la sua carriera? Da una visione dell’uomo, della vita, dello sport e dell’atleta originata dall’esperienza cristiana che ha nella creaturalità della persona creata a immagine di Dio la sua centralità può svilupparsi un percorso di rigenerazione. Se questa 'somiglianza' originaria è stata sfigurata dall’errore, dalla fragilità, dal male, la persona e l’atleta restano sempre 'immagine' del Dio creatore. Per questo il primo passo sarà un modo diverso di rapportarsi con l’errore del doping. Chi si è dopato ha perso la sua dignità delegando a una sostanza l’impegno, ma non ha perso se stesso.

Nell’accollarsi la colpa ha già la sua pena, perché il doping gli ha rivelato la propria sconfitta più cocente, il fallimento e l’umiliazione subìta dai tifosi e dai media. Bisognerà allora riempire ex novo di contenuti la coscienza che si è svuotata e spenta, e tornare a illuminarla. Per questo è necessario un ascolto partecipato, in cui si ripercorrerà la storia umana e sportiva, i sogni e le delusioni, le pressioni e le resistenze, le rinunce e le scorciatoie imboccate, il ruolo avuto dai preparatori, le lusinghe di facili successi, i valori e i disvalori che si sono scontrati.

Soltanto dall’ascolto partecipato potrà aprirsi la possibilità di un cammino di ricostruzione della storia sportiva spezzata. S erve poi una nuova responsabilizzazione, ripartendo dal rifiuto dei falsi valori per non invischiarsi innanzitutto in un doping esistenziale e ineluttabile, e riformulando così una propria scala di valori che riempia di senso la propria esistenza sportiva. Autostima, fiducia nelle proprie capacità, affidamento a maestri (allenatori, manager, dirigenti, medici), di vita oltre che tecnici raffinati: per non ricadere nella tentazione del doping, e quindi del successo facile e immediato, occorre recuperare la forza ideale che viene da una solida riformulazione dei valori umani e spirituali. C’è infatti una vita interiore che allena a uno stile di vita diverso da quello sperimentato nel doparsi. Parole come perseveranza, consapevolezza, rispetto, equilibrio, fatica, tenacia, conquista alimenteranno questa vita interiore e daranno la spinta verso mete alte e possibili impegnando a far sempre meglio con le proprie energie, ad affinare le personali abilità con la forza del carattere, a esprimere le migliori potenzialità con l’autenticità della propria vita. Ma c’è anche una fiducia da offrire, necessaria in questa fase in modo che si creino le condizioni per esprimere ancora – o forse per la prima volta – la propria libertà da pressioni, condizionamenti e proposte che hanno costruito attraverso il doping carriere devianti, ritrovando così la grinta per una carriera vincente che punti sull’'altro' sport: quello che non spinge al record per forza, non lancia sfide e primati impossibili, e propone traguardi alti in forza di quella capacità di tener duro che si sperimenta proprio quando si è sconfitti.

Solo attraverso l’accettazione dei propri limiti sarà possibile vincere la disumanizzazione di chi spinge troppo oltre e con tutti i mezzi possibili gli stessi limiti facendo così violenza anche al proprio corpo e lacerando la stessa identità dell’atleta. Sarà necessario allora favorire nuove difese immunitarie per impedire le tentazioni in arrivo da pressioni indebite ed estranee al mondo dello sport: la cultura dominante, il sistema mediatico, l’idolatria delle cose, la mercificazione del corpo che spinge a una sorta di paganesimo sportivo sacrificando se stessi e la propria volontà a una sostanza. Crediamo non solo possibile ma anche doveroso sostenere, orientare e accompagnare un atleta che è stato irretito e sedotto dal doping rendendolo capace di rivestirsi dell’atleta nuovo. C’è infatti un Vangelo, una gioiosa notizia da raccontare a chi è caduto in questa trappola, ed è possibile farlo anche attraverso la voglia di vivere, di ricominciare a giocare la propria vita su qualcosa di alto ma anche su Qualcuno che non gioca sporco e giocando pulito ti fa nuovo. Si, c’è misericordia anche per il mondo dello sport, e c’è uno 'sport misericordioso' che sa trovare in sé i segni del cambiamento e della conversione. Se, come dice papa Francesco, «questo è il tempo favorevole per cambiare vita», e «Dio non si stanca di tendere la mano» a chi vuol farlo, sarà più facile afferrare questa mano tesa e guardare al futuro con speranza.

San Paolo e lo sport

pubblicato 25 feb 2015, 01:36 da Admin Gp2 Sport   [ aggiornato in data 25 feb 2015, 01:36 ]

Intervento di Edio Costantini - Alba (Cn) 9 febbraio 2015

Le culture femminili: uguaglianza e differenza

pubblicato 17 feb 2015, 01:28 da Admin Gp2 Sport   [ aggiornato in data 18 feb 2015, 01:23 ]


Contributo di Edio Costantini all'Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio della Cultura - Roma 4/7 Febbraio 2015

Calcio: vite al limite. Dalla «cultura dello scarto» alla «cultura dell’incontro»

pubblicato 17 set 2014, 02:37 da Admin Gp2 Sport   [ aggiornato in data 17 set 2014, 02:37 ]

Seminario Internazionale: Lo Sport è per l’Uomo. Dalla «cultura del risultato» alla «cultura dell’incontro» Pontificio Consiglio della Cultura – Relazione di Edio Costantini Roma 2 settembre 2014

Occorre una nuova classe dirigente

pubblicato 29 lug 2014, 07:36 da Admin Gp2 Sport   [ aggiornato in data 29 lug 2014, 07:49 ]

INTERVISTA A EDIO COSTANTINI SULLE DICHIARAZIONI RAZZISTE DEL CANDIDATO ALLA PRESIDENZA DELLA FIGC, TAVECCHIO


“OCCORRE UNA NUOVA CLASSE DIRIGENTE”


1- La dichiarazione del candidato alla presidenza della Figc Carlo Tavecchio getta un’ombra di razzismo sul mondo del calcio e ha suscitato indignazione sia nel mondo dello sport che in quello delle istituzioni. Come commenta la vicenda?


Credo che la misura sia ormai colma. Purtroppo, la dichiarazione “arrogante” e sconclusionata di Tavecchio denota una sorta di “sfinimento” culturale e progettuale di un “sistema” calcio antiquato, autoreferenziale, arroccato su se stesso e incapace di modernizzarsi. La sua"malattia” mortale è quella di essere dio a se stesso senza avere quella minima intelligenza e capacità di aprirsi al confronto e al dialogo con tutto il mondo che gli gira attorno.

Questo calcio si dibatte, con tutta la disperazione di cui è capace, alla ricerca e alla scoperta di una via di uscita fino al punto di diventare una “ prigione “ in cui sono rinchiusi i suoi principali attori: dirigenti e giocatori. E’ l'auto distruzione impotente dell'uomo che non vuole più riconoscere il primato della dignità dell’uomo stesso.

Il livello il declino del “sistema calcio “ è il declino di una civiltà, ossia è il declino culturale e valoriale di una cultura sportiva che l’ha originato e sviluppato, fondata sul primato della persona umana. Fino a che una nuova classe dirigente, alternativa, sostenuta da nuovi valori e nuovi ideali,  non soppianterà la vecchia classe, completamente obsoleta, nessun mutamento sarà possibile, nessuna rivoluzione si potrebbe realizzare.

Esistono in natura dei microorganismi di origine vegetale, detti saprofiti, che si attaccano ad organismi sia vegetali che animali in decomposizione e si nutrono di essi. È l’unico modo che hanno per sopravvivere. Lo stesso può dirsi di molti dirigenti che fanno parte di vecchie strutture in decomposizione della società italiana, compreso il sistema sportivo italiano: si riducono ad essere dei saprofiti. E' fuor di dubbio che il saprofitismo si difende e, carente com’è per antonomasia d’ogni valore etico e morale, questi uomini sosterranno il “sistema” fino all’esasperazione permettendogli di continuare ad esistere. Non appena vede sorgere qualcosa di nuovo, vi si accanisce contro con ogni mezzo: o lo integra affinchè essa pure si decomponga o tenta di distruggerla. Così è successo anche alla Federazione calcio. Sempre in balìa dal potente di turno, non è mai stata in grado di esprimere un punto di vista autonomo sul futuro del movimento calcistico italiano, fallendo miseramente ogni volta fosse necessario proporre innovazioni improcrastinabili per il bene del sistema stesso.


2 - Qualche squadra ha ritirato il loro sostegno a Tavecchio alla guida della Federcalcio. Lo faranno anche altre squadre?


Ha fatto bene chi ha deciso di ritirare il sostegno a Tavecchio. Spero che molti altri facciano altrettanto. Di fronte al silenzio dei grandi Club e di grandissima parte dei vertici del sistema sportivo italiano, si è fatta sentire la Fifa che chiede alla Figc di indagare sui “presunti commenti razzisti da parte di uno dei candidati alla presidenza”. E’ una questione culturale e di civiltà. Se la sua candidatura non la fermerà la “casta”, sia quella sportiva che quella politica, credo che la potrà fermare il mondo dello sport dilettantistico e dell’associazionismo di base. Quali valori educativi potrà più veicolare il mondo del calcio se il suo massimo dirigente è pronto (forse è stata una gaffe, come dice la casta) a calpestare la dignità umana degli atleti? Quale modello di dirigente potrà essere nella lotta al razzismo? Il problema diventa così di valori, fondamentalmente è una questione culturale.


3 - Quali caratteristiche deve avere chi rappresenta la Figc e quali valori deve essere in grado di veicolare?


Occorre ripartire dalla formazione una nuova classe dirigente, capace di creare un nuovo modello di cultura sportiva e una nuova civiltà.

Occorre perciò una svolta culturale. L’unica via d’uscita, l’unica flebile luce che traspare sul fondo è ancora l’umanesimo. Per il calcio italiano, l’irruzione di nuovo umanesimo si presenta come una strada obbligata. Affermare la necessità di un nuovo umanesimo nel calcio significa anche affermare la ricerca  un senso trascendente della vita che giustifichi l’esistenza umana al di là delle medaglie e dei facili guadagni. Un senso che si traduce in un modo nuovo di vedere e di vivere lo sport e la vita. Un nuovo umanesimo cristiano, che potrebbe diventare un punto di riferimento per la costruzione di un nuovo modello di cultura sportiva. Su questo versante sta lavorando con impegno l’Ufficio Nazionale per la pastorale del tempo libero e sport della Conferenza Episcopale Italiana.

Un altro calcio è possibile. Il lavoro certosino sui vivai, la programmazione, la cura delle giovani generazioni e delle società sportive rimettendo al centro la questione educativa. E poi, la fiducia nei giovani, la voglia di rischiare su progetti innovativi e l'equilibrio tra tradizione e modernità.

Un'idea, un concetto, un pensiero: lo sport è cultura. All'origine delle scuole di pensiero

pubblicato 29 lug 2014, 07:33 da Admin Gp2 Sport   [ aggiornato in data 29 lug 2014, 07:34 ]

Relazione di Edio Costantini - Ivrea 20 marzo 2014

Deus ludens e homo ludens: essenza vitale dello sport

pubblicato 29 lug 2014, 07:32 da Admin Gp2 Sport   [ aggiornato in data 29 lug 2014, 07:32 ]

Relazione di S.E. Mons Carlo Mazza - Roma 19 settembre 2013

Uno sport per l'uomo aperto all'Assoluto

pubblicato 29 lug 2014, 07:30 da Admin Gp2 Sport   [ aggiornato in data 29 lug 2014, 07:30 ]

Relazione di Edio Costantini - Roma 13 marzo 2013

Sports reveal the face of god to human beings

pubblicato 29 lug 2014, 07:28 da Admin Gp2 Sport   [ aggiornato in data 29 lug 2014, 07:28 ]

Edio Costantini - International seminar "Believers in the world of sports" - Rome october 21, 2013

Lo sport rivela all'uomo il volto di Dio

pubblicato 29 lug 2014, 07:24 da Admin Gp2 Sport   [ aggiornato in data 29 lug 2014, 07:25 ]

Relazione di Edio Costantini al Seminario internazionale "Credenti nel mondo dello sport" - Roma 21 ottobre 2013

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